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Liberi dalla scrivania?

25 settembre 2008  |  Pubblicato in Vitedigitali |

Quattro giorni trascorsi in casa per colpa di un influenzetta mi sono stati utili per constatare ancora una volta che, a meno che non si abbia materialmente bisogno di manovrare macchine specifiche e non connesse alla rete, o che non si debba discutere vis-a-vis con un cliente, ormai c’è davvero pochissimo che costringa alla presenza fisica in ufficio.

Chiunque abbia avuto modo di lavorare in epoca pre-internet sa bene quali incredibili passi avanti sono stati fatti in dieci anni, e con quale velocità esponenziale se ne continuano a fare. Gli strumenti non mancano quindi, e probabilmente la grande maggioranza delle persone desidera davvero evitare non tanto il dover essere in ufficio, quanto il dover essere tutti i giorni nello stesso posto. Ma allora come mai non riusciamo a svincolarci dal luogo fisico di lavoro?
Qualcuno ritiene sia un problema di dimensione dell’azienda. Certo, una grande azienda può avere maggiori difficoltà ad organizzare il lavoro se tutti sono delocalizzati; ma è indubbio che questo problema affligge anche (se non di più) società di media-piccola dimensione.
Qualcuno pensa sia un problema di alfabetizzazione tecnologica. Certo, gli strumenti devono essere condivisi, altrimenti cade il concetto stesso di collaborazione remota. Ma queste resistenze sono spesso ben visibili anche in società medio-piccole fortemente net-savy.

Cos’è che manca allora per liberarci dal giogo della scrivania fisica? Molto probabilmente manca una cosa che si chiama predisposizione culturale all’innovazione, ovvero un sistema fatto da tre architravi ineludibili: organizzazione, fiducia/coraggio, e orientamento al risultato/obiettivo (le ultime due riassumibili probabilmente nel concetto esteso di meritocrazia). E mi pare di poter dire che la cultura italiana (aziendale e non solo) si basa esattamente sui tre architravi opposti (disorganizzazione, diffidenza, e orientamento al tempo di lavoro), che peraltro si annodano l’uno con l’altro in una terribile spirale viziosa.

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  • 25 September 2008 at 12:35 pm fabrizio (biccio) ulisse
    Perchè, nonostante i maturi strumenti di collaborazione online, in Italia non riusciamo a liberarci della scrivania?
  • 25 September 2008 at 12:57 pm Niki Costantini
    Perché la scrivania forse dà l'idea del controllo (di uno spazio a cui si è legati fisicamente, del tempo dedicato al lavoro, ecc.) Perché in Italia si è ancora legati all'orario e non ai risultati?
  • 25 September 2008 at 13:07 pm Federico Fasce
    Fortunatamente fino ad ora non ho avuto grossi problemi a lavorar da casa. Però hai ragione, essere slegati dal luogo fisico è molto più difficile in Italia che altrove. Eppure gli strumenti esistono, e cominciano a esistere anche le persone che li usano.
  • 25 September 2008 at 13:07 pm Felter Roberto
    una domanda letta proprio oggi pomeriggio: "possibile che tutti per fare il proprio lavoro abbiano bisogno di 8 ore?"
  • 25 September 2008 at 13:11 pm Federico Fasce
    Soprattutto otto ore consecutive, sempre dall'ora X all'ora Y. Era una cosa che soffrivo daddio quando facevo il game designer. Io, alle nove, davanti a un foglio bianco con le idee che erano tutte fuggite altrove. Un dramma.
  • 25 September 2008 at 13:12 pm stered
    Ti dirò di più, in certe aziende danno la flessibilità dell'orario di entrata e uscita, ma se poi arrivi presto e te ne vai presto ti guardano male, perché non stai in ufficio fino alle 19-20. Ma io ho altro da fare nella vita oltre le 8 ore di stazionamento alla scrivania!
  • 25 September 2008 at 13:14 pm Niki Costantini
    Secondo me no. Io ho una strana idea di civiltà ossia che il lavoro nobilita l'uomo, ma che gli strumenti che oggi esistono devono aiutarlo a nobilitarsi facendogli trovare spazio anche per altro. Generalmente parlando, in Italia si ha una visione del lavoro a dir poco ottocentesca. P.S. stavo rispondendo a Roberto.
  • 25 September 2008 at 13:20 pm Federico Fasce
    Mi ricordo che nella prima azienda in cui ho lavorato, il capo a un certo punto protestò perché ero solito uscire dieci minuti prima in modo da poter prendere un treno che mi portasse a casa a un'ora umana (abitavo a quarantacinque minuti di treno, la scelta era se arrivare alle 19-19.30 o direttamente alle 21). Diceva che non era di buon esempio per gli altri che invece si fermavano. Faccio presente che non ho mai (MAI) mancato una milestone. Per dire.
  • 25 September 2008 at 13:21 pm Federico Fasce
    Peraltro credo che, quando si parla di lavori creativi, o che comunque richiedono uno sforzo mentale, il lavoro a orario fisso (e magari around the clock) sia quanto di più deleterio possibile. Check out 37 signals for more.
  • 25 September 2008 at 13:23 pm Niki Costantini
    Appunto. Immagino anche la contentezza e la soddisfazione di quelli che rimanevano...
  • 25 September 2008 at 13:23 pm fabrizio (biccio) ulisse
    è cultura, secondo me. Siamo disorganizzati (e quindi || in quanto ) diffidenti (e quindi || in quanto ) orientati al tempo e non al risultato. Hai voglia a parlare di social media.
  • 25 September 2008 at 13:23 pm Felter Roberto
    io sto leggendo "4 ore alla settimana" di Ferris. E' ovviamente una discussione portata al limite, ma ha tutte le ragioni del mondo. http://is.gd/37X9
  • 25 September 2008 at 13:30 pm Niki Costantini
    Ovviamente l'idea ottocentesca del lavoro si rispecchia anche nell'idea ottocentesca dell'imprenditoria, dei servizi, ecc. Non vorrei uscire dal seminato, né parlare a sproposito, però secondo me il fatto che in Italia si muoia così tanto di lavoro è indice anche di questo...
  • 25 September 2008 at 13:34 pm Raibaz
    l'ho letto anch'io 4-hour workweek, e ho deciso che "da grande" vorrei lavorare, non dico proprio così, ma almeno con un atteggiamento simile. Invece, 9-18, anche se il cliente da cui lavoro ora è un minimo più flessibile, forse perchè consegno tutti i task con un giorno d'anticipo
  • 25 September 2008 at 13:34 pm Felter Roberto
    io lo dicevo tempo fa che il problema più grosso è cambiare metodologia di misurazione del lavoro. La più semplice, ma anche la più errata, è quella di misurare la "presenza". Non si riesce ancora a trovare un metodo oggettivo di misurazione della "quantità/qualità"
  • 25 September 2008 at 13:39 pm Niki Costantini
    Be' cominciare a lavorare per obiettivi/risultati sarebbe una bella cosa.
  • 25 September 2008 at 13:44 pm Raibaz
    Io fortunatamente ora lavoro a task, che è quasi come lavorare per risultati...e la grande azienda per cui lavoro si lamenta che è difficile da gestire. Cioè, mi dicono cosa gli serve, lo faccio, mi pagano in base a quello che ho fatto e non in base al tempo in cui ho scaldato la sedia. Difficile. Mah.
  • 25 September 2008 at 13:50 pm Niki Costantini
    Senza ritornare al cottimo, per carità. Però svincolare i dipendenti dall'orario rigido e dalla presenza quando è possibile; ritengo che si possa comunque raggiungere risultati soddisfacenti, anche in termini di servizi offerti. Ovviamente getto anche acqua al mio mulino: sto pensando alle donne che lavorano, a quelle costrette a fare i salti mortali per conciliare gli orari di asili nido, scuole, negozi, ecc. In Italia anche da questo punto di vista lasciamo a desiderare
  • 25 September 2008 at 14:02 pm Raibaz
    Beh si io sono un programmatore per cui è cmq ben lontano dal cottimo :) Cmq una cosa che mi irrita veramente dell'"obbligo di frequenza" in ufficio è la necessità di scoreggiare via 2 ore al giorno in metropolitana, che potrei tranquillamente impiegare in modi più produttivi se lavorassi da casa, senza danneggiare in alcun modo la mia produttività, anzi
  • 25 September 2008 at 14:14 pm fraktal
    il lavoro in presenza è preferito sicuramente per una volontà di controllo, non vedo altri motivi, visto che anche a livello contrattuale poi mica ti fanno il contratto a tempo determinato, ma sempre e comunque a progetto.... Però anche se lavori da casa, come capita spesso a me, ti accorgi che viene privilegiato il tempo rispetto alla qualità... (avevo giusto twitterato a riguardo poco fa...)
  • 25 September 2008 at 14:16 pm Niki Costantini
    Raibaz, appunto :)
  • 25 September 2008 at 14:23 pm fabrizio (biccio) ulisse
    non credo sia volontà di controllo, più che altro paura di perderlo, non pensi?
  • 25 September 2008 at 14:25 pm fraktal
    credo siano due facce della stessa medaglia: volontà di mantenere (e mostrare che si mantiene) il controllo, e paura di perderlo (e perdere il proprio ruolo)...
  • 25 September 2008 at 14:38 pm Felter Roberto
    io so solo che tanta gente, anche del "web 2.0", con attività "web 2.0" quando poi cercano personale lo vogliono "in sede". E' dura da cambiare...
  • 26 September 2008 at 4:02 am vic
    Io, anche quando lavoro a casa, sono legato alla scrivania perché il MacBook sulle cosce è ustionante.
  • 26 September 2008 at 4:04 am Webgolle
    like alla discussione
  • 26 September 2008 at 4:04 am Ilaria
    da quasi due anni lavoro a casa, e non tornerei indietro per niente al mondo. ho anche la fortuna di poter svolgere parte del lavoro (riletture, bozze...) a letto sotto il piumone. Odiatemi, me lo merito. Spero di non dover più mettere piede in un ufficio in vita mia, gli orari fissi mi ammazzano.
  • 26 September 2008 at 4:21 am gluca - [mini]marketing
    "io so solo che tanta gente, anche del "web 2.0", con attività "web 2.0" quando poi cercano personale lo vogliono "in sede"" - confermo, anche il grande ISP che vende la Rete "come mezzo per", la vede cosi'... (pero' ogni tanto un coworking fisico e un po' di sano flirting da ufficio fa bene, eh)
  • 26 September 2008 at 4:29 am Raibaz
    Anche vero, Gianluca. per me l'ottimo sarebbe lavorare da casa 3-4 giorni a settimana e dedicarne uno o 2 al coworking fisico e al flirting
  • 26 September 2008 at 4:36 am el_sime
    Qui in Francia si é legati al concetto delle 35 ore settimanali. In relatà i cittadini francesi vorrebbero abolirle per poter lavorare di più, e guadagnare di conseguenza di più. Nell'azienda dove lavoro gli orari sono moderatamente flessibili, sebbene arrivare in ufficio dopo le 10.30 non é pratica ben vista, perché il cliente chiama la mattina quando ha problemi. Andarsene prima non comporta, generalmente, alcun problema, l'importante é che il lavoro sia fatto nei tempi previsti. Per quanto riguarda la necessità della presenza in ufficio, é dettata soprattutto da problemi di sicurezza relativi ai dati che le applicazioni utilizzano, non é bello portarsi a casa certe cose. In caso di emergenza però (tipo scioperi dei trasporti pubblici, che a Parigi son capaci di andare avanti per un mese, maledetti) si trovano soluzioni, i sorgenti comunque rimangono sui server aziendali, ma non é una pratica incoraggiata. La cosa buona é che non é una mancanza di fiducia nei confronti del lavoratore, come in Italia (se ti
  • 26 September 2008 at 4:38 am el_sime
    [continua] ...(se ti lascia lavorare a casa senza che nessuno ti controlli, non fai un cazzo) ma, appunto, una questione di sicurezza, che mi pare comunque accettabile e anche condivisibile.
  • 26 September 2008 at 4:40 am Federico Fasce
    Gianluca, infatti secondo me la figata sarebbe avere un ufficio (magari anche condiviso con altri professionisti, per "contaminare" le competenze) ad accesso libero, pensato come spazio sociale nel quale si lavora, senza però la paura di connettersi ad altre realtà in sedi diverse usando gli strumenti adatti.
  • 26 September 2008 at 4:46 am Raibaz
    Qui a Milano stanno iniziando ad apparire spazi del genere, tipo http://coworkingmilano.com
  • 26 September 2008 at 4:48 am Annarella G.
    A me non dispiacerebbe lavorare da casa. Problem is che dipende dalle persone con cui devi interfacciarti. Alcune sono in grado di gestire/lavorare nei team virtuali, con altre fai fatica a collaborare persino se sono a 10 m da te e, in questo caso, sarebbe un incubo
  • 26 September 2008 at 4:51 am Federico Fasce
    Raibaz, sapevo di questi progetti, di per sé è già molto interessante.
  • 26 September 2008 at 4:55 am Raibaz
    Si molto interessante, ma almeno per me ora il problema è avere dei clienti che ti lascino lavorare così, non la necessità di uno spazio
  • 26 September 2008 at 6:20 am fabrizio (biccio) ulisse
    @gianluca ma infatti secondo me il punto è: la non obbligatorietà di essere tutti i giorni nello stesso posto, non lo starsene rinchiusi in casa come orsi :-)
  • 26 September 2008 at 8:21 am pm10
    +1 a: "non credo sia volontà di controllo, più che altro paura di perderlo, non pensi?" - anche se lavorare molto da casa, è ormai un mese che lo faccio, mi genera una pigrizia tale per cui dopo finisco per restarmene al paesello dell'hnterland dove vivo e alla lunga diventerebbe claustrofobico. di contro il mio uffio è una speci e di coworkin - 2 societa insieme -sono l'unica donna e la piu giovane del gruppo, ecco, diciamo che faccio piu chiacchera a casa con il cane :) - si salva solo ale.

Commenti

Feed | Indirizzo Trackback
  1. cri:

    27 settembre 2008 at 8:41 am (#)

    Caro Biccio,
    in realta’ le grandi aziende ci stanno lavorando e anche intensamente alla delocalizzazione e il motivo per cui lo fanno e’ molto semplice: i costi degli affitti degli uffici. Le “mie” due Fortune 500 stanno entrambe andando attraverso processi di lavoro “location free” e stanno spingendo per far diventare il telelavoro una prassi, specialmente per i lavori a piu’ alto contenuto tecnologico.
    Dopo 2 anni e mezzo di questa esperienza posso dirti che a me personalmente la cosa che mancava d piu’ era il caffe’ con i colleghi, la possibilita’ di curare un network che in molte occasioni si rivela essere prezioso e arricchente…e poi da casa si lavora troppo, con la scusa che tanto non perdi tempo a cercare parcheggio si finisce per dedicare al lavoro almeno un’ora in piu’ di quello che faresti andando in ufficio e questo le aziende lo sanno…oh si che lo sanno!
    Abbracci dalla Svizzera!

  2. Strelnik:

    27 settembre 2008 at 13:37 pm (#)

    Ciao Biccio, ciao Cri,

    lavorare da casa (o in giro col portaile) mi garba molto perché mi mantiene viva e vegeta una certa autonomia decisionale sia nei confronti del mio tempo libero sia dei committenti.

    Però.
    Alzarsi un’ora dopo la mattina o mettersi alla tastiera in mutande e t-shirt non equivale certo a lavorare di meno: sono d’accordissimo con Cri quando dice che questo le aziende lo sanno; e sanno anche che il non obbligarti a un luogo fisico fisso presuppone una fiducia minima che salvaguardi sia gli interessi dell’impresa, ma anche la qualità della vita del lavoratore “dislocato”.
    Lavoratore che però, come naturale “controparte”* dell’azienda, nella contrattazione con quest’ultima (del salario, della tipologia di lavoro, delle deadline, etc) molte volte è da solo, “atomizzato”: alla controparte non può che offrire il proprio curriculum e la peculiare “qualità” delle cose che sa (e gli piace e gli riesce) fare. La controparte, spesso stressata da trimestrali di cassa incombenti e dal generale fiato corto dell’economia di questi tempi, spinge fortemente sulla questione “tempo”: sulla sua contrazione in periodi sempre più random, ma intensissimi, a volte sbriciolati su tutto l’arco delle 24 ore in una disponibilità “digitale” che, anche se congruamente monetizzata, porta a un impoverimento del proprio tempo di vita. Anche se sei a casa tua o in Spagna in bicicletta ( wi-fi permettendo).

    Qui mi fermo, ma potrebbe entrare in gioco il co-working (http://en.wikipedia.org/wiki/Coworking) che mi piace parecchio perché rimette in moto la dimensione collaborativa orizzontale tra lavoratori “freelance”; vediamo che/se si può fare.

    Saluti a voi, sorelle e fratelli web-worker **

    * perché il lavoratore non è l’azienda. Il capitale non è il lavoro, sono due cose distinte: esiste un’alterità.

    ** possibile sito utile: WebWorkerDaily (http://webworkerdaily.com)

  3. Chiara:

    28 settembre 2008 at 14:30 pm (#)

    io sono una di quelle anime belle che si è lasciata sedurre dal prospetto di non dover più mettere piede in un ufficio: lavoro da casa da due anni. la qualità della vita migliora fino a un certo punto: lavorare in pigiama o con le mollette in testa ha anche i suoi svantaggi (si lavora sempre, si lavora in orari non canonici, e di conseguenza la vita sociale e privata ne risente. provo a incontrarmi con i miei colleghi almeno una volta al mese, ma spesso non si può, e mi rendo conto che ce ne sono alcuni di cui non conosco nemmeno il viso. a volte è un po’ alienante, e la responsabilità è anche dell’azienda. con un po’ di comunicazione in più (o più curata) probabilmente non mi sentirei così sola. baci!

  4. Steve McQueen:

    2 ottobre 2008 at 13:23 pm (#)

    Pian pianino qualcosa si sta muovendo, anche se in molte aziende tradizionali c’è sempre diffidenza.

  5. Fraktalia » Pro-fessionisti:

    7 ottobre 2008 at 9:06 am (#)

    [...] lavoro (c’è stata un’interessante discussione sulla delocalizzazione a partire da un post di biccio). Riconosco, anzi, privilegio il lavoro di gruppo, per cui andare in sede significa collaborare con [...]

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