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Parole

Mondi al limite

Novembre 10 2008  |  in Parole

mondi al limite il 13 novembre uscirà in libreria “Mondi al Limite“, nove reportage d’autore sulle crisi invisibili che affliggono il sud del mondo. Dalla Thailandia alla Cambogia, dalla Somalia alla Repubblica Democratica del Congo, dal Brasile alla Colombia, dal Pakistan all’Italia, nove scrittori italiani (Baricco, Benni, Carofiglio, Covacich, Dazieri, Di Natale, Giordano, Pascale, Starnone) raccontano la realtà di alcune aree in cui opera Medici Senza Frontiere.

Il libro sarà presentato a Roma il 13 novembre (Teatro Capranica, ore 21). Per l’occasione saranno presenti gli autori, che si alterneranno sul palco e leggeranno alcuni passaggi dei loro racconti. Le letture saranno accompagnate da interviste video agli scrittori che racconteranno le emozioni vissute durante la loro visita ai progetti di MSF. Il progetto è ideato da Medici Senza Frontiere, e realizzato in collaborazione con Dolmedia, che cura la produzione dei video dell’evento, e la diretta online sul sito medicisenzafrontiere.it.

Se avete voglia di partecipare potete potete prenotare un posto in galleria, o contattarmi.

Meme: Come sei diventato blogger

Novembre 15 2007  |  in Parole

Raccolgo volentieri la palla da Elena, giusto per riprendere un po’ i fili di una conversazione da cui manco da parecchio tempo.

Chi o cosa ti ha spinto a creare un blog?
La lettura del blog dei Eloisa (La Pizia) e di quello del Cavedoni nazionale, nati qualche mese prima del mio. Avevo siti personali da diversi anni, e quello mi pareva un modo nuovo di essere in rete. Era l’inizio del 2001, o giù di lì.

Il tuo primo post?
Eccolo qua. Più che un post, mi chiedevo ancora se scrivere in inglese o in italiano..

Il post di cui ti vergogni di più?
Mah, vergogna forse è troppo… diciamo che ce ne sono parecchi davvero ingenui, basta scorrere quelli del 2001 e del 2002 per rendersene conto :-)

il post di cui sei più fiero?
Anche “fiero” è un parolone.. diciamo che ci sono diversi post che sono contento di aver scritto, ma questo mi è rimasto dentro, e questo continua a rappresentare molto del mio blogopensiero.

Da chi ti piacerebbe ricevere un commento?>
I commenti mi piacciono sempre, specialmente quelli che mi fanno riflettere.

Giro la palla anch’io, senza fare nomi (non so chi l’ha già raccolto).

Tracce digitali, identità socializzante, e nuovi vettori. Serve ancora un blog?

Marzo 21 2007  |  in Parole, Web, social network

Riprendo da Luca la citazione dal Chicago Tribune a proposito del minimal posting rappresentato da nuovi strumenti come Twitter e Tumblr.

Con Tumblr e Twitter i lettori sono come detective, intenti a comporre i brevi articoli per formare una fotografia mentale di chi sia l’autore, che cosa lui o lei pensi sia importante o fico, chi siano i suoi amici. L’autore, dall’altro lato, usa questi frammenti per mostrare, non raccontare, il suo mondo.

Forse mi sbaglio, ma penso che quello che sta accadendo non è tanto la nascita di un altro modo di comunicare, parallelo all’ormai consolidato blogging, quanto piuttosto una nuova ridefinizione del modo di comunicare, che potrebbe lentamente conquistarsi spazio e modificare strutturalmente la webosfera (e oltre), come accadde in seguito all’esplosione del blog come nuova formalizzazione di erogazione di contenuti.

I driver principali della rivoluzione del blogging sono stati senza dubbio due: l’abbassamento drastico della barriera d’ingresso, e la condivisione di struttura formale e tecnologia di supporto. L’effetto principale di questa rivoluzione, è stata la progressiva archiviazione del concetto di sito personale, ormai quasi completamente sostituito dal blog.

Già da tempo, sto seguendo con interesse sornione il dilagare di servizi di social networking, e già da tempo, constatando il fatto che in molti abbiamo account un po’ ovunque (digital traces le chiamava Derek Powazek), mi chiedo se non sia arrivato il momento di trasformare il nostro sito personale in una semplice mappatura di queste tracce digitali, che ci rappresentano più di quanto potremmo fare da soli in un solo sito, in luoghi dove più facilmente possiamo incrociare i nostri interessi con quelli di altri. Per intenderci: mettendo insieme gli account su Flickr, su Last.fm, su YouTube, su 2spaghi, ecc. ecc. emerge un profilo e una quantità di contenuti ampiamente sufficienti a dipingere e proporre la propria identità socializzante.
Bene, quel che penso ora è che Twitter e Tumblr potrebbero essere addirittura un ulteriore passo avanti: e se fossero i primi esempi di vettori delocalizzati delle tracce digitali della nostra identità socializzante, che potrebbero far perdere di senso anche il solo “possedere” un sito personale?.

Dopo tutto ciò, serve ancora un blog?

Il blog lo fate voi. Ma anche no.

Marzo 15 2007  |  in Parole, Web

Leggo con curiosità la frase del pezzo di Carlini in edicola sul Manifesto di domani, citata da diversi blog in queste ore:

Sulle forme della democrazia e ancor più sull’illusione del voto in rete su ogni possibile decisione, la discussione è finita da tempo, dopo le ventate tecno-utopiche dei primi anni ‘90 e chi frequenti l’insieme dei blog, specialmente quelli italiani, potrà avere conferma di quanto poco discorsiva, colloquiale e spesso vuota sia la suddetta blogosfera. Noterà come molti autori siano monomaniacali, autoreferenziali e autocitantesi, sovente pronti all’insulto, approssimativi nei giudizi. Persino alcuni tra i migliori giornalisti, da anni nel mestiere e nella rete, quando bloggano, si sentono in dovere di sfoderare fastidiosi toni colloquiali in prima persona, tipo «ho pensato che», «mi arriva una telefonata da ». Ma fai il tuo mestiere, viene da dire: dammi le notizie e il loro contesto, ché delle tue telefonate mi importa assai.

.
Mah si, boh, poesse.

(disclaimer on): Io (io!) non sono nessuno per giudicare ciò che scrive Carlini, ci mancherebbe. (/disclaimer off) Però ho la sensazione che faccia un po’ di tutt’erba un fascio, una brutta abitudine già nota (in generale eh, mica mi riferisco a Carlini), data magari dalla casualità di essersi imbattuti in due o tre cose un po’ tronfiette (giacchè ce n’è, ed è innegabile) qua e là per i blog, che conduce inesorabilmente all’irrefrenabile bisogno di essere un po’ tranchant.

A parer mio (e stica**i), è possibile che il giornalista noto possa anche approfittare del blog per trasformarsi in autoproclamato opinion leader e comportarsi come tale (ahem). E’ possibile che alcuni pontifichino o stronzeggino in modo forse davvero esagerato. Però alla fine la realtà è che questa piccola massa di persone che in comune hanno solo il formato in cui scrivono, contribuisce tutta a dare vita ad una informe ma significativa (per strumenti di là da venire) massa di umori, tanto più sensata quanto più diretta, sgrammaticata e immediata. Il problema reale, e chi commenta, chi giudica, chi reagisce, chi si indigna, chi qui, chi là, chi su e chi giù.

Basta col parlare di blog, eddai. Fatelo, il blog. Come vi pare. Ma fatelo voi.

Ops, accidenti, ma l’ho fatto anch’io! Allora sono incoerente!

Pro-am journalism, ok, ma come?

Marzo 15 2007  |  in Parole, Web, ugc

Zero AssignmentLo sponsor è notevole (Wired). L’idea di fondo è di quelle che possono funzionare: story covering basato su contributi user-generated nell’ambito di un assignment e di un coordinamento editoriale ben preciso (lo potremmo chiamare open source journalism valorizzato). Lo staff è coordinato da un tal Jay Rosen, uno che ne sa e che ci sa fare. Peccato però, peccato davvero, che Assignment Zero (questo il progetto) sia un sito confuso, incomprensibile, e di bassissima affordance. Insomma, si capisce cosa hanno in mente di fare, ma non si capisce per niente come hanno intenzione di farlo. Provate a inseguire uno dei percorsi (ma sono percorsi?) possibili a partire dalla homepage. A un certo punto, a meno che non siate molto più intelligenti di me (il che è possibilissimo naturalmente, ma tagliar fuori l’average user mi sembra un’inutile snobismo, o una stronzata), vi perderete inesorabilmente.
Siti come questi, nel 2007, sono un errore inaccettabile per gente che il web l’ha messo in piedi quando ancora era roba da scienziati folgorati sulla via di Damasco. O sbaglio?

Why Apple makes me cry

Gennaio 16 2007  |  in Parole, Visioni, Web

Vi prego, leggete questo articolo su Wired, dove Momus cerca di spiegare in primo luogo a se stesso la reazione di commozione di fronte ai keynote di Jobs, quest’ultimo dell’Iphone in particolare.

Il blog che invece, forse, è.

Novembre 7 2006  |  in Mondoreale, Parole, Web

Vittorio Zambardino parla del mediawatching e dice, tra le altre cose:

Nessun blogger “accompagna” il discorso pubblico dei giornali e della tv con un controcanto davvero critico

Vorrei dire qualche banalità su questo.

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